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LA STORIA DI MARISA

  Ognuno di noi é una storia. Una storia composta da un numero incredibile di esperienze. Esperienze che messe tutte insieme formano una vita. Dentro questo serpente di ferro che corre sotto il suolo di Milano ci sono un sacco di storie. C’è un solo problema, io non le conosco, mi devo limitare ad immaginarle. Con un po’ di fantasia potrei inventarmi la storia di quel signore col cappello in testa. Potrei fare altrettanto con la signora fresca di permanente seduta accanto a me. Potrei farlo per ogni persona che incontro, oppure potrei limitarmi a raccontare la mia storia. Anche io ne ho una, solo che oggi non mi va di raccontarla. Vi racconterò invece quella di una ragazza seduta davanti a me. 

   Il suo nome é Marisa, nome che non le é mai piaciuto e di cui da sempre si vergogna, le suona antico e fuori moda. Dentro di se si sente Vanessa o Katia, non certo Marisa. Quando frequentava le scuole elementari aveva anche provato a farsi chiamare Vanessa ma tutti l’avevano presa in giro. Da allora decise che si sarebbe fatta chiamare Mari. Mari con la “i”. Mari e basta. Alle scuole medie quando scriveva le dediche sui diari delle compagne si firmava Mari xxx72. Il 72 era il suo anno di nascita, dunque oggi ha 26 anni. Quando ne aveva cinque, suo zio Domenico l’aveva fatta giocare al dottore e dopo averla spogliata l’aveva toccata. Mari non l’aveva mai più dimenticato. A quattordici anni aveva persino architettato un piano per ucciderlo, ma poco prima di riuscire a metterlo in atto, lo zio morì. Al funerale, si sentiva felice, non versò nemmeno una lacrima e la sera, nella solitudine della sua stanza, ringraziò Dio di averlo fatto morire. Mari é bella e forse non lo sa. Ogni volta che qualcuno la guarda arrossisce e dirotta gli occhi verso il basso. Mari ha un ragazzo, si chiama Stefano, non é proprio sicura di amarlo ma gli piace perché ha un fisico muscoloso e atletico che le dà sicurezza e la fa’ sentire protetta. Mari vive con i genitori, il papà é un avvocato in pensione e la mamma é una casalinga. Abita fuori Milano ed ogni mattina prende prima il treno poi la metropolitana per andare a lavorare nello studio di un avvocato. Un uomo piccolo e disonesto che la corteggia in continuazione. Mari é spaventata ma e non riesce a parlarne con nessuno. L’avvocato le ricorda lo zio. La guarda con gli stessi occhi maliziosi e quando si trova in una stanza sola con lui si sente nuda, anzi, spogliata. Spogliata da quegli occhietti biechi e luminosi che la guardano come si guarda un giornaletto pornografico.

   Adesso Mari si alza, deve scendere alla prossima fermata. Mi preparo anch’io vicino alla porta e, quando arriva il momento, la lascio uscire per prima. La guardo camminare mentre si muove con un passo aggraziato e sottile, come se camminasse su delle uova. Appena superato il cancelletto si ferma in edicola a comprare un romanzo d’amore. Le piacciono quei libri, ogni lunedì ne acquista uno nuovo, poi li passa a sua madre, che li legge anche lei e che li mette da parte. Una volta all’anno, in genere poco prima di Natale, suo padre li infila in un grande scatolone e li porta in parrocchia.

   Mi fermo in cima alle scale dove accendo una sigaretta, la vedo salire lentamente frugando nella borsa alla ricerca di qualcosa.  Dopo qualche istante ne estrae un pacchetto di Marlboro. Mari aveva iniziato a fumare a sedici anni e da allora non aveva mai smesso anche se tutti, Stefano per primo, la incitavano a farlo. Con la sigaretta penzoloni dalle labbra ricominciò a rovistare dentro la borsa. Insoddisfatta alzò il capo e si guardò in giro con aria interrogativa. Quasi mi si fermò il cuore quando la vidi avvicinarsi a me.

   “Scusi ha da accendere?”

   Le passai l’accendino.

   “Grazie”

   Questa volta mi superò veloce aspirando lunghe boccate di fumo. Ricominciai a seguirla mentre si infilava come un razzo in Corso Vittorio Emanuele, il suo passo aveva riacquistato quell’andatura da centometristi che hanno i Milanesi quando vanno al lavoro. Il movimento delle anche manteneva però la stessa flessuosità di prima, era diventato solo più veloce. Camminando gettava occhiate furtive verso le vetrine.  Io arrancavo dietro di lei senza mai perdere di vista i suoi fianchi morbidi.

   Mari vorrebbe qualcosa in più dalla vita. Qualcosa che non fosse solo camminare per il centro, lavorare in un ufficio e stare insieme a Stefano. Vorrebbe qualcosa, ma non sa cosa. C’è un solo momento della sua vita in cui ha l’esatta percezione di quello che le manca. Capita quando fa l’amore con Stefano. Lui è molto premuroso e fa sempre molta attenzione. Mari vorrebbe che una volta si sbagliasse. Aveva anche provato a dirgli che gli sarebbe piaciuto avere un figlio, ma lui si era messo a ridere e gli aveva detto “Lascia perdere”.

   “Lascia perdere” pensava Mari lanciando fulminee occhiate a scarpe e orologi. A volte si sentiva catapultata in una vita che non gli apparteneva. Da bambina sognava di essere una principessa, ora invece era una segretaria. Una segretaria che cammina veloce verso le sue otto, interminabili ore di lavoro.

   Mari svoltò a destra e si infilò dentro un portone di un caseggiato antico. Uno di quei palazzi del centro con i soffitti alti tre metri e gli scaloni di marmo rosa anneriti dallo smog. Io sempre dietro, fin sul pianerottolo. Mari si ferma davanti all’ascensore e schiaccia il pulsante di chiamata. Io le arrivo silenziosamente alle spalle. Arriva anche l’ascensore. Un po’ di stupore nei suoi occhi nel vedermi dietro di lei, un leggero sorriso di circostanza.

   “Io vado al quinto, lei?” mi chiede timidamente entrando nello stretto ascensore in legno.

   “Vado al quinto anch’io”

   Come sempre, quando in ascensore non si é soli, la salita pare interminabile. Gli sguardi si incrociano più volte. L’imbarazzo é palpabile. Mari non vede l’ora di entrare in ufficio e accendere un’altra sigaretta.

   Sobbalzando bruscamente il vecchio archibugio si arresta al piano richiesto, mi faccio da parte, guardo ancora una volta i suoi fianchi vellutati che mi camminano davanti.     

   Mari mi saluta non aspettandosi di trovarmi nuovamente dietro di lei mentre fruga nella borsa alla ricerca delle chiavi. Si lascia anche scappare un urletto quando si accorge che sono fermo alle sue spalle.

   “Deve venire dall’avvocato?” mi chiede con la voce tremante.

   “Si, certo” rispondo io assolutamente freddo.

   “Prego si accomodi, l’avvocato di solito arriva verso le nove”

   Mari appoggia la borsa e accende le luci dell’ufficio. Un ufficio che puzza di chiuso e di scartoffie ma dove Mari si muove sicura. E’ bello vederla volteggiare in uno spazio che conosce, dove si muove con la disinvoltura di una ballerina sul palcoscenico. In questi momenti il suo lavoro le piace perché senza l’avvocato si sente a suo agio. Quasi non si cura nemmeno della mia presenza, anche se quando si é seduta accavallando le gambe le ho guardato le cosce con gli stessi occhi con cui le guarda l’avvocato. Forse anche io in quel momento gli avevo ricordato lo zio.

   “Vuole un caffè?”

   “No, grazie”

   Mari prepara un caffè per se, accende il computer, si accende una sigaretta e dopo aver aspirato qualche lunga boccata apre l’agenda. Per un istante ha un piccolo sobbalzo sulla sedia, poi si volta e mi guarda perplessa, spaventata. Nei suoi occhi l’immagine dello zio che la accarezza maliziosamente.

   “Ma oggi l’avvocato sarà in tribunale tutto il giorno... é proprio sicuro di avere un appuntamento?”

   “Bhe... ecco... veramente... io...”

   Ora si che dovevo inventarmi una bella storia.

 

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