chi sono | racconti | poesie | libro | quadri | pubblicazioni | O.P.M. | Eventi | Links

 


SE MI LASCI NON VALE  

      Mi capita sempre la stessa cosa, conosco una ragazza, le piaccio, stiamo insieme, io mi innamoro e lei sparisce. Era successo anche con Angela, dopo un paio di uscite ed una notte di sesso sfrenato non aveva dato più notizie. Tutto ciò non annunciava nulla di buono.

   Praticai  ore e ore di Yoga stordendomi di incenso e musica Zen, avevo trasformato il mio monolocale in un tempio Buddista dove mi aggiravo come  un Bonzo fra gli oscuri e pesanti  fumi della mia mente e dei bastoncini di incenso. La notte mi rioccidentalizzavo ascoltando e riascoltando le canzoni che sentivamo insieme. Mi era venuta la paura tardo-adolescenziale, (molto tardo e poco adolescenziale visto che avevo quasi trent’anni) che tutto fosse già finito e che lei mi avesse dimenticato. Decisi di telefonarle.

   “Ciao Angela sono Giuliano, come va?”

   “Male, mi sono dimenticata i sofficini sul fuoco, é successo un gran casino, si é bruciato tutto!”

   “Bhe allora perché non andiamo a farci una pizza?!” ero un maestro nel cogliere  la  palla al balzo quando qualcosa mi interessava.

   “Buona idea, spengo l’incendio e ti passo a prendere fra un’ora, fatti trovare pronto”  

   Che donna, mi passava a prendere, così dovrebbero andare le cose, l’uomo se ne sta a casa a farsi bello e la sua donna lo passa a prendere e lo porta a divertirsi. Non potevo farmi scappare una ragazza del genere, dovevo giocare le mie carte migliori.  

   Passai tutto il tempo che mi divideva dall’appuntamento chiuso nel bagno a imbellettarmi e profumarmi come una  zoccola. Sistemai baffi e pizzetto tagliando accuratamente tutti i peletti più lunghi e rendendolo più uniforme e geometrico possibile. Alla fine ero talmente pulito e impomatato che sembravo Amedeo Nazari.

   Angela  arrivò all'ora stabilita sulla  sua utilitaria rossa. Anche lei si era preparata alla grande per la serata, dal marciapiede potevo vedere i capelli appena lavati, le unghie laccate ed una sottile riga di trucco intorno agli occhi. Le corsi incontro ansioso di baciarla, di stringerla, ma fui bloccato appena aperta la portiera da un muro di suono. Dentro c’era Miles Davis con tutto il complesso a fare un baccano d’inferno. Le labbra di Angela si mossero per dire qualcosa che non riuscii a sentire. Le mie invece mi mossero nel vano tentativo di baciarla. La centrai in pieno sul colletto della camicetta. Lei non se ne accorse nemmeno, era presa da una strana euforia che la fece partire come una saetta. La macchinina sobbalzava e sgommava gincanando in mezzo al traffico mentre Miles soffiava come un disperato dentro la tromba. Angela lo accompagnava suonando il clacson e insultando gli altri automobilisti. In un  batter d'occhio arrivammo a destinazione, appena scesi dall’auto la abbracciai forte e tentai un secondo bacio. Ancora una volta si divincolò come una biscia e si lasciò dare soltanto un verginesco bacino sulla guancia.

   “Dai sbrigati che sto morendo dalla fame!” disse sganciandosi dall’abbraccio.

   Cominciò a venirmi il presentimento che la serata sarebbe andata male. All’antipasto ne ero convinto. Quando finì la prima bottiglia di vino ero già alla disperazione. Fu a quel punto che decisi di applicare l’arma infallibile di ogni playboy: il piedino.

   Inutile dire che anche questo si rivelò un fallimento clamoroso. Angela rimaneva  insensibile a qualsiasi approccio, a qualsiasi battuta, sembrava  fatta di masonite. Se ne stava lì, bella come non mai ed imperturbabile come una statua di cera. Una fortezza inviolabile che respingeva ogni attacco e che soprattutto, evitava di parlare di quello che era successo fra noi.   Ero disperato e pronto a tutto, visto che l’arma erotica del piedino era fallita, decisi di passare alla psicologia.

   “Senti Angela, volevo raccontarti una cosa che é successa  a un mio amico.....Sai, lui ha incontrato una ragazza, si sono  conosciuti, lei l’ha invitato a casa sua e.... niente poi son saliti e… han fatto quello che dovevano fare...capisci...”

   “Si capisco e allora... succede... capita,  cosa c'é di speciale?” 

   “Niente… é  successo che lui adesso si  é  innamorato,   ma innamorato sul serio, é  stracotto capisci...”

   “Si capisco, vai avanti voglio vedere dove vai a finire” disse lei indispettita sputando il fumo della sigaretta dalle narici. Sembrava un toro che stava per partire alla carica, forse aveva capito.

   “Niente, lui é innamorato perso... però lei da quella sera non l’ha più cagato… neanche di striscio capisci,  adesso é disperato, non sa più cosa fare e lei niente e… questo non mi sembra bello... per il mio amico... cosa ne pensi?”

   Ma lei non pensava, era troppo incazzata per cogitare qualcosa che non fosse il desiderio di schiacciarmi nel posacenere come stava facendo con la sigaretta. Ci fu un lungo attimo di silenzio, ne accese un’altra e sputando fumo da tutti i buchi possibili mi piantò addosso due occhi avvelenati.

   “Non ci sono riferimenti a qualcuno in particolare, magari non so, a noi due per esempio?!” disse con la voce alterata dal nervoso ed un vago sorrisetto malizioso in punta di labbra.

   Era arrivato il momento della resa dei conti, solo mi dispiaceva di non essere riuscito a trovare un modo migliore per arrivarci. Non  sapevo bene come venirne fuori, dopo il fallimento dell’erotismo e della psicologia, forse non mi restavo altro che sfoderare  le  mie innati doti di comico.

   “Beh insomma, io mi sento sedotto e abbandonato” dissi guardandola con gli stessi occhioni languidi con cui  Rossella guardava Reth Botler in “Via col vento”. Ma in questo frangente Reth  Botler, ovvero la bella Angela, evitò di incrociare il mio sguardo, fece un lungo sospiro che non presagiva nulla di buono.

   “Vedi Giuliano, forse avrei dovuto dirtelo prima, io credevo di essermi innamorata di  te, ma putroppo mi sbagliavo, é stato l'errore di una sera, ho confuso l'amore con l'amicizia, scusami non avrei mai dovuto cedere…  guarda, é meglio che  ci dimentichiamo di quello che é successo... io ti voglio bene come un fratello, posso dire che ti capisco, che ti ammiro, ma non posso dire certo che ti amo... scusami”

   E così la donna che amavo decretava la mia condanna a morte con queste parole asettiche  dettate da freddi ragionamenti, quasi come se l'amore  dipendesse dalla mente e non dal cuore. In un  attimo aveva distrutto tutto. Con un soffio delle labbra mi aveva fatto crollare il mondo addosso senza nemmno darmi il tempo di spostarmi. La guardavo negli occhi incredulo cercando di scrollarmi di dosso le  macerie  del mio io che si era frantumato. Nella  testa  mi rimbalzavano le parole “dimentichiamoci quello che é successo”. Dimenticare, perché mai avremmo dovuto  dimenticare qualcosa  che era stato bellissimo. Io volevo ricordare  e  soprattutto volevo essere ricordato, anche se lei non mi amava. Anche se lei  mi considerava semplicemente un amico. Fu un duro colpo, in fondo alla classiche frasi “rimaniamo amici” oppure “ti considero come un fratello” ero preparato, ma dimenticare no, quello proprio non lo potevo accettare. Era questo che volevo dirle, ma lei non mi lasciò né il tempo, né la possibilità di parlare.

   “E poi sai, ho conosciuto Paolo, un  ragazzo meraviglioso, credo di essermi innamorata”, disse sorridendo con l’innocenza di un bambino, come se questo avesse dovuto consolarmi.    Mi sembrava incredibile, non avevo ancora finito di cadere nel baratro della disperazione che lei mi spingeva ancora più in basso. La guardavo mentre sorrideva e parlava con enfasi, ma le sue labbra si muovevano senza far uscire alcun suono. Il mio cervello si era resettato, era come se fosse stato cancellato con un colpo di spugna, e  la  mano che la teneva era della donna che amavo.

   Angela era innamorata, innamorata di un altro, talmente innamorata da non accorgersi che stavo soffrendo peggio di un cane. Continuava  a parlarmi di questo Paolo ed io riscontrai che anche in quel frangente disperato avevamo un punto in comune; entrambi eravamo follemente accecati dall'amore. Io per lei e lei per quello stronzo di Paolo.

   “Allora cosa ne pensi?” mi domandò dopo avermi calpestato il cuore e dopo aver parlato per tre ore di quanto era bravo e bello Paolo e di quanto lo amava.

   “Ma  che  domanda mi fai? Ma cosa vuoi che ne pensi? Vuoi forse che ti dica che sono contento... eh si magari  quando vi sposate  posso anche farvi da testimone!” Ero fuori di me, più del solito intendo, fumavo una sigaretta dietro l'altra e la guardavo con gli occhi iniettati di sangue, possibile che non riusciva  a capire che stavo male?.

   “Ma io credevo che tu fossi felice per me?” rispose lei candidamente.

   “Ma come posso essere felice se la donna che amo é innamorata di un altro, me lo spieghi?”

   “Insomma,  come fai  a dire di essere innamorato di me, ci conosciamo solo da qualche settimana?”

   “Perché, Paolo da quanto lo conosci?”

   “Oggi alle tre fanno già quattro giorni!”

   Aveva tenuto il conto esatto,  era proprio innamorata, ormai dovevo farmene una ragione.

 

chi sono | racconti | poesie | libro | quadri | pubblicazioni | O.P.M. | Eventi | Links

© Righi Mauro © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata.