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ITALIA
- FRANCIA AI CALCI DI RIGORE
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Il
disegno e il quadro che PABLO ECHAURREN ha
realizzato per questo racconto
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Lasciatemi
cantare con la chitarra in mano. Sono un italiano. Un italiano vero. Uno
di quelli che si commuove ogni volta che sente l'inno di Mameli. Uno di
quelli che preferisce un piatto di pasta a qualsiasi altro tipo di cibo.
Ho un solo problema, da un anno circa vivo in Francia.
Tutto è iniziato quando ho conosciuto Nicole. Ero in vacanza in Grecia
e mi sono innamorato perdutamente di lei, tornai in Italia solo per fare
le valige e ripartire per Jurançon.
Jurançon è un cazzo di paesino vicino a Lourdes. Un paesino che se non
fosse vicino a Lourdes definirei "dimenticato da Dio". Me lo
ricordo, Jurançon, appena sceso dal treno nel caldo discreto di
settembre. Ricordo le case basse vicino alla stazione, sembravano uscite
da "Alice nel paese delle meraviglie". C'era tanto di quel
verde da far venire il vomito a uno che arrivava da Milano. Sentivo la
mancanza dello smog, del traffico, dei clacson, dei tram. Se Nicole non
fosse subito venuta incontro ad abbracciarmi, sarei risalito sul treno e
corso a casa. Dalla mia mamma. A farmi un piatto di pasta. O di lasagne.
Ma l'aria pura e i baci di Nicole mi levavano il fiato. Mi facevano
girare la testa. Ero felice. Trotterellammo insieme fino a casa sua
mentre mi annunciava tutte le cose belle che avremmo fatto insieme.
Arrivammo davanti ad una palazzina di tre piani, identica a quelle
vicino alla stazione. Gerani alle finestre. Tendine bianche. Porticine
azzurre. Ansel e Gretel che giocavano nel giardino.
Sentivo già la mancanza del mio palazzone grigio. Otto piani di
finestre di alluminio. Asfalto. Tossici buttati sulle panchine.
Nicole non la smette mai di baciarmi, saliamo fino al secondo piano dove
apre una porticina azzurra. C'infiliamo in un appartamentino che sembra
un alveare. Le valige finiscono per terra. I vestiti volano un po'
dappertutto. Facciamo l'amore per tre giorni di fila, poi iniziano i
problemi. Nicole mi presenta i suoi genitori che mi sottopongono ad un
terzo grado. Chi sono? Da dove vengo? Perché sono lì? Cosa fanno i
miei genitori? Che cosa facevo quando stavo in Italia? Che intenzioni
avevo lì in Francia? Ero cristiano? Avevo dei precedenti penali? Sapevo
fare la pizza? Suonavo il mandolino?
Alla fine ero stremato, ma non era andata malissimo. Alla madre piacevo.
Trovava molto romantico il fatto che avevo mollato tutto per amore di
sua figlia. Al padre, invece, stavo decisamente poco simpatico. Primo
perché ero Italiano. Secondo perché avevo mollato tutto per scopargli
la figlia. Alla fine dell'interrogatorio, organizzano un consulto
familiare in cucina da dove sento il padre che bestemmia, Nicole e sua
madre che piangono. Io aspetto nella sala-camera da letto pensando che
forse non era il caso di piantare in piedi tutto sto casino. Penso a mia
madre che piange ogni volta che vede il mio letto vuoto. Penso a mio
padre che mi ha cancellato dal testamento e che non mi rivolgerà mai più
la parola.
Passa un po' di tempo, le urla e le lacrime finiscono ed i tre escono
dalla cucina. Nicole e la madre hanno gli occhi rossi ma sorridono. Il
padre è incazzato nero, bofonchia un mucchio di cose che non capisco mi
stringe la mano poco convinto e se ne va portandosi dietro la moglie che
continua a sorridere forzatamente. Appena escono mi faccio spiegare da
Nicole che cosa ha detto. Lei mi guarda con i suoi occhioni marroni e mi
spiega scandendo bene le parole e gesticolando quasi come un'italiana il
pensiero del padre.
Sintetizzato suonava così: gli stavo sul cazzo perché ero Italiano.
Gli stavo sul cazzo perché non parlavo bene Francese. Gli stavo sul
cazzo perché non ero laureato. Gli stavo sul cazzo perché non sapeva
come avrei fatto a mantenergli la figlia.
Nicole mi rassicurò dicendomi che alla fine gli sarei diventato
simpatico, che nella nostra casetta con la porticina azzurra e le
tendine bianche tutto sarebbe stato perfetto e bellissimo.
Passarono un paio di giorni che io e Nicole utilizzammo per fare l'amore
e per sbrigare le ultime pratiche burocratiche relative al mio
trasferimento, poi il padre si fece nuovamente vivo. Disse che aveva
parlato con un amico che poteva farmi assumere dal consolato italiano,
nel frattempo avrei potuto lavorare con lui. L'idea non mi faceva
impazzire di felicità, ma le bollette del gas, della luce, del telefono
e dell'affitto, cominciavano ad arrivare.
Lavorare con quell'uomo fu terribile, mi affibbiava tutti i lavori più
stronzi e inutili, continuando a gridare ordini a destra e sinistra.
Avevo l'impressione che utilizzasse una qualche specie di dialetto solo
per il gusto di sentirmi dire "Je ne comprande pas". La sua
era una rivincita non solo su di me, che avevo l'unico torto di
scopargli la figlia, ma su tutto il popolo italiano (che lui detestava).
Andammo avanti così fin quasi alla fine dell'anno.
Nel frattempo io e Nicole passammo dal coronamento del nostro sogno
d'amore alla dura vita di tutti i giorni. Lavoro, bollette da pagare,
litigi. Rientravo la sera incazzato nero, i piedi che mi facevano male,
la voglia di incularmi tutti i francesi. Lei mi dava un bacino, infilava
qualche busta di plastica nel forno a microonde, la estraeva poco dopo e
me la schiaffava nel piatto insieme a delle salsine colorate e insipide.
Mi mancava mia madre, mi mancava l'Italia, mi mancavano gli spaghetti.
La maggior parte delle sere ero talmente depresso che mi mettevo a letto
subito dopo cena. Ma la cosa peggiore erano gli amici di lei, i primi
tempi fu una processione; venivano tutti a casa nostra con le scuse più
strane per conoscermi. Mi subissavano di domande e alla fine dovevo
sempre spiegare che non tutti in Italia suonano il mandolino o sono
mafiosi. I suoi amici mi odiavano, soprattutto i ragazzi, che erano
invidiosi che io me la spassassi con lei. Io che ero di una razza
inferiore. Io un italiano che andavo a letto con una ragazza francese
che a loro aveva sempre dato il due di picche. Quelle serate erano le più
tremende, anche perché Nicole non si accorgeva che i suoi amici mi
prendevano per il culo. O forse se n'accorgeva ma li lasciava fare.
Anche loro utilizzavano il dialetto quando non volevano che capissi le
battute più dure e lei, li lasciava fare. Fanculo. Ogni tanto mi
incazzavo talmente tanto che uscivo da solo e passeggiavo in mezzo a
questo paesino incantato con la voglia irrefrenabile di distruggere
tutte le tendine bianche e le porticine azzurre.
Con l'inizio dell'anno affrontai un paio di colloqui ed iniziai a
lavorare al consolato. Mi occupavo delle pratiche di espulsione dei
connazionali "indesiderati". Era un lavoro palloso e delicato,
anche perché avevamo sempre a che fare con dei malavitosi veri. Al
consolato eravamo tutti italiani, fra di noi c'era una gran complicità.
Eravamo compagni di sventura. Furono loro a spiegarmi come affrontare il
dialetto di Jurançon, quali frasi utilizzare per mandare a fare in culo
chi se lo meritava. Le cose miglioravano, con loro mi potevo sfogare.
Potevo parlare in Italiano tutto il tempo. Era un piacere riscoprire la
propria lingua, usare le bestemmie e le parolacce che avevo imparato sin
da bambino. Anche il mio Francese migliorava, ora Nicole non doveva più
gesticolare come una pazza per farsi capire. La nostalgia dell'Italia si
stava assopendo, tornava soltanto quando in televisione davano dei film
di Alberto Sordi.
Insomma, tutto procedeva bene. Poi un brutto giorno iniziano i mondiali
di calcio. Francia e Italia giocano in due gironi diversi, non c'erano
problemi, seguivo le partite della nazionale con i colleghi del
consolato e quelle della Francia con Nicole ed i suoi amici. Agli ottavi
i nostri battono senza entusiasmare la Norvegia. I Francesi si
qualificano ai quarti vincendo il Paraguay uno a zero. Questo
significava che ci sarebbe stato un "derby" Italia - Francia.
Già una settimana prima della sfida al consolato non si lavorava più.
C'era un grande fermento. L'imperativo era battere e umiliare i
Francesi. Dovevamo vincere. Non era solo una partita di calcio, era il
riscatto di un'intera nazione.
Io e Nicole vivevamo la sfida con sportività, promettendoci amore
eterno. Un giorno arrivai ad affermare che chiunque avesse vinto sarei
stato felice perché oramai mi sentivo un po' Francese. Nicole ribadì
più o meno lo stesso concetto dicendo che amava me e il mio paese e che
si sentiva un po' Italiana anche lei. Palle.
La vigilia della partita mi arrivò un brutto colpo. Nella nostra
camera-salotto, proprio sul divanoletto dove facevamo l'amore, si
sarebbero seduti cinque fra i più stronzi amici della Nicole. Il giorno
della sfida rientrai due ore prima dal consolato per piazzarmi davanti
alla televisione. I cinque erano già lì a fare pronostici menasfiga e
sparare cazzate. Nicole era nervosa. Io impazzivo di paura. Paura
fottuta di perdere la sfida del secolo. Seduto al centro del divano
iniziai a fumare come un pazzo, spostando il peso del corpo da una
chiappa all'altra. Nicole stappò due bottiglie di vino e le depositò
sul tavolino insieme a sette bicchieri. Nel posacenere c'erano dodici
mozziconi di Marlboro, tutte mie. In bocca ne avevo appena ficcata
un'altra. 13 sigarette in meno di un'ora. Quasi un record. Faceva caldo.
Sudavo. Fumavo. Guardavo la piccola stanza che si riempiva di fumo.
Guardavo le tendine bianche e mi consolavo pensando che presto sarebbero
diventate gialle di nicotina.
La televisione Francese si collega una mezz'oretta prima. Lo stadio è
pieno, ma i connazionali sono pochi. In tribuna d'onore Platini e Chirac.
Qualche posto più a destra l'avvocato Agnelli che si concede una pausa
di relax fra una cassintegrazione e l'altra. Le squadre scendono in
campo. I giocatori Italiani e francesi si abbracciano, si scambiano
gesti d'affetto e solidarietà. Il commentatore con la solita erre
moscia del cazzo sbaglia a pronunciare tutti i nomi dei nostri. Mi manca
la voce rassicurante di Pizzul. Arriva il momento degli inni nazionali.
Prima quello nemico. I cinque stronzi più Nicole canticchiano
timidamente.
Inno Italiano. Scatto in piedi. Mano sul cuore. Canto a squarciagola
storpiando un po' le parole. I sei mi guardano stupiti.
Calcio d'inizio. Mi lascio cadere sul divano. Accendo un'altra
sigaretta. "Sotto ragazzi, non facciamo scherzi" dico piano in
italiano. Ma subito mi accorgo che i ragazzi non girano e qualche
scherzo prima o poi lo faranno. Al quarto minuto è già brivido, la
palla esce di poco. I nostri non attaccano. Uno dei cinque mi dice
"Paura eh?!"
"Paura un cazzo, adesso vi facciamo un culo così" gli dico in
perfetto francese.
In tutta risposta l'Italia continua a non attaccare e a subire le
aggressioni di Zidane e compagni. Pagliuca fa tre parate in pochi
minuti. Tre miracoli. Più che altro tre botte di culo. Se ne accorgono
anche gli altri che iniziano a prendermi in giro. Accendo quella che
dovrebbe essere la diciassettesima sigaretta. Ho paura che porti sfiga.
La spengo dopo tre tiri. Ne accendo un'altra, questa è la diciottesima.
Alla metà del primo tempo non abbiamo ancora combinato niente. La
nazionale soffre. Io insieme a loro, è come se fossi il dodicesimo
giocatore. Un timido contropiede mi fa scattare in piedi. Inizio a
gridare come un pazzo: "DAI, DAI, DAI, SU', SU', TIRA, TIRA, CAZZO".
Niente, Del Piero sbanana e butta via un'occasione gol. Vengo di nuovo
aggredito dai cinque che mi dicono di stare calmo. Nicole mi guarda e
scuote la testa, proprio non si decide a partecipare al mio dolore. Nel
giro di pochi minuti ci ammoniscono Bergomi e Del Piero. L'arbitro è
Scozzese ma secondo me ha la mamma Francese. Sempre se sa di chi è
figlio. Esprimo ad alta voce questi miei dubbi, i francesi s'incazzano
(come dice la canzone di Paolo Conte). Abbiamo un rapido scambio di
vedute a voce un po' alta. Nicole mi guarda male e alla fine mi dice di
piantarla.
Io l'assecondo e mi pianto in bocca un'altra sigaretta, il nervosismo è
alle stelle.
Al trentatreesimo dopo un contrasto violento Petit casca per terra,
entra la barella. Mi alzo e canto: "DEVI MORIRE… DEVI
MORIRE". A questo punto uno dei cinque si incazza di brutto, dice
che sono poco sportivo. Io gli spiego che quella è casa mia e faccio
quello che mi pare. Lui si alza e fa la scena di andarsene. Nicole cerca
di trattenerlo e mi rimprovera. Tutti i miei sensi sono orientati verso
la televisione, mi arrivano solo mozziconi di frasi. Lui che mi accusa
di essere una belva e Nicole che cerca di giustificarmi. Discutono
proprio davanti alla televisione, allontano lui con un calcetto e gli
dico di andarsene. Mi becco un vaffanculo in perfetto italiano. La
porticina azzurra sbatte con violenza.
Meno uno. Devo eliminarne altri quattro in salotto più undici in campo.
Mi piacerebbe eliminare anche l'intera nazione Francese. Non so ancora
bene se salvare Nicole, è come se fra di noi si fosse creato una
distanza, un vuoto.
Finisce il primo tempo sullo zero a zero. Nicole va in cucina e ritorna
con dei biscotti e delle patatine. Io accendo un'altra sigaretta. Fuori
inizia a piovere, in lontananza si vedono i primi lampi. Nella piccola
sala non ci sono più scambi di battute, sono tesi anche i Francesi.
Nicole sgranocchia la punta di un biscotto con aria pensierosa, ha lo
sguardo perso nel vuoto. Distante.
Secondo tempo, Maldini decide di far entrare Albertini. Bestemmio piano
in Italiano. Ormai abbiamo matematicamente perso, al ventunesimo entra
Baggio. Esulto. Canto. Bestemmio ancora, di gioia questa volta. Mi
risiedo, accendo un'altra sigaretta, guardo gli azzurri che soffrono
ancora l'attacco francese. Mi viene da piangere. I quattro seduti
gridano e incitano i loro giocatori. Ormai io e Nicole siamo due
estranei, è come se vivessimo su pianeti diversi. Alla fine del secondo
tempo siamo sempre zero a zero. Bisogna andare ai golden gol. Il primo
che segna vince.
E' dura. Mi alzo in piedi, guardo la pioggia che cade. Mi viene un
brutto presentimento, cerco di scacciarlo lontano. Mi sento solo. Penso
ai miei genitori seduti sul divano che guardano la partita. Penso ai
miei amici radunati al bar a soffrire davanti alla televisore. Penso a
tutti i miei connazionali, sospesi nel panico, senza respirare con gli
occhi fissi ad aspettare un gol di Baggio.
Passano anche i golden gol e non succede nulla. Si va ai calci di
rigore. Provo a ricordarmi una volta che abbiamo vinto ai rigori. Non c'è
mai stata e non vedo perché oggi dovrebbe essere la prima. Inizio a
recitare mentalmente tutte le preghiere che conosco. Ho come
l'impressione che il tempo adesso scorra in maniera innaturale.
Il primo a tirare è Zidane. Pagliuca a destra palla a sinistra, gol. I
quattro del divano esultano, si abbracciano, saltellano. Ormai si sono
dimenticati che esisto. Tocca a Baggio. Gol. Tira un Francese. Pagliuca
para. Mi esalto. Balzo in piedi. Scuoto il televisore. Mi esibisco tre
volte nella mossa dell'ombrello prima verso lo schermo poi verso il
pubblico del divano. Nicole ormai mi odia. Tocca ad Albertini. Non ho
molta fiducia in lui. Mi tocco le palle. Prego. Albertini sbaglia. Gli
auguro ogni genere di malattia incurabile. I francesi esultano. Torna
tutto come prima. Poco dopo Pagliuca si fa passare un'altra pappina.
Costacurta segna. E' una via crucis. Smetto di respirare. Tira Harry.
Gol. Vieri tira una botta che per poco non manda dentro anche il
portiere. Ma segna anche Blanc. Tocca ancora a noi. Sulla palla Di
Biagio. Fiato sospeso. Tiro. Traversa. Cazzo traversa. No traversa.
Crollo in ginocchio sul pavimento. Guardo il replay. Una, due, tre volte
la palla colpisce quella cazzo di traversa. Siamo fuori. Abbiamo perso.
Con i Francesi. Nicole e gli altri esultano si abbracciano saltellano,
strillano, cantano. Non posso sopportare di vedere la mia ragazza che
esulta in questo momento di dolore. Mi alzo ed esco. Non se ne accorgono
nemmeno. Corro. Più forte che posso, per allontanarmi dalle tendine
bianche, dalle porticine azzurre. Cammino senza nemmeno un ombrello,
sotto la pioggia, in mezzo ad una folla di Francesi esultanti. Vorrei
ucciderli uno ad uno. Mi viene voglia di ubriacarmi, ma i bar sono pieni
di gente in festa. In questo paese non c'è un posto per me. Ripenso a
tutti i miei amici, stipati nel bar del Lello che soffrono e si
consolano a vicenda. Sto pensando all'Italia, a tutti i televisori
spenti con rabbia, a tutte le bandiere ritirate dai balconi e dalle
finestre. Sto pensando alle strade silenziose. Mi sento solo. Cammino
ancora un po' fino ad una cabina del telefono. Ravano nelle tasche e
tiro fuori una manciata di Franchi. Entro. Li infilo nell'apparecchio.
Compongo un numero. Mi risponde all'altro capo una voce amica,
rassicurante. Appena un po' malinconica.
"Mamma sono io, butta la pasta che domani torno a casa"
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