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Via
Prinetti angolo via Padova
Quella
mattina appena sveglio mi resi conto di sentirmi ancora più stanco di
quando, la sera prima, ero andato a dormire. Non avevo ancora del tutto
messo a fuoco i contorni della stanza che già allungavo la mano sul
comodino alla ricerca delle sigarette. I soliti gesti lenti e meccanici
portano a compimento il rito della prima sigaretta. Aspiro le prime
boccate con immenso gusto, sento il sapore acre della nicotina
pizzicarmi la gola e poi scendere giù sino ai polmoni. La prima
sigaretta é importantissima, é con lei che inizia la mia giornata, é
lei che per prima mi dà il buongiorno.
Una volta avevo una moglie, era lei che ogni mattina mi veniva a
svegliare salutarmi con un piccolo bacio. Mi sembra di ricordare che
forse allora ero felice ed i miei risvegli erano migliori, ma se ci
penso bene forse non é così. Forse mi sbaglio, oppure sono passati
troppi anni per ricordare. O forse il ricordo brucia più del presente,
delle sigarette e dei miei risvegli solitari.
Pensavo a questo mentre dalla camera mi spostavo nel bagno dove restai a
lungo ad osservare la mia immagine riflessa nello specchio. Davanti a me
vedevo un uomo stanco, sfatto, ormai quasi completamente calvo, con gli
occhi tristi e spenti.
Quell'uomo ero io, deluso dalla vita, deluso dagli uomini, deluso di sé.
E pensare che, quando ero giovane, avevo in mente un mucchio di cose,
avevo voglia di cambiare il mondo, avevo mille progetti e poi... Poi
sono cresciuto, mi sono laureato, mi sono sposato e poi... Poi sono
invecchiato... e non é successo proprio nulla. Ed ora eccomi qui ad
autocommiserarmi e a pensare, a cercare di ritrovare le idee e
l'entusiasmo di un tempo tra le rughe di un viso che quasi mi sembra
estraneo. Ma il pensiero é un tarlo e se non ci stai attento ti rode
l'anima, allora é meglio non pensarci più, é meglio lasciar perdere e
far finta di niente, é meglio immergersi nella monotonia della vita,
del lavoro.
Accesi un'altra sigaretta e dopo essermi vestito scesi al bar per la
colazione.
"Buongiorno Dottor Bertini, - trillò la signora Giusy dalla sua
postazione dietro il banco - un attimo solo e le preparo il suo caffè"
"Buongiorno" risposi leggermente imbarazzato dalla solita
allegria e gioia di vivere che la signora Giusy dispensava a tutti i
clienti del suo piccolo bar. Ero sempre imbarazzato quando avevo di
fronte una persona che prendeva la vita di petto e con ottimismo.
Abituato com'ero a trascinarmi i giorni addosso come un peso
insostenibile la leggerezza di un sorriso quasi mi offendeva. Cercai le
sigarette nell'interno della giacca.
"Questa mattina ha l'aria molto stanca, che cosa é successo, non
ha riposato bene neanche questa notte?" disse la signora Giusy
porgendomi la tazza fumante.
"Purtroppo no, é strano come ci si abitua a tutto, persino al
dolore, ma l'insonnia, quella non ti dà mai tregua e non diventa mai
un'abitudine... e poi é qualche giorno che non mi sento molto bene, ho
delle fitte qui, alla spalla sinistra, mi prendono all'improvviso e
quasi mi tolgono il fiato"
"Stia attento, ormai non é più un giovanotto, dovrebbe fare una
vita più regolata, e soprattutto dovrebbe smettere di fumare... le
butti via quelle sigarette che le fanno male!!!"
"Ma va, ormai sono troppo vecchio e stanco per dei cambiamenti così
radicali" e così dicendo salutai la signora Giusy che era l'unica
persona che si preoccupava di me e mi diressi verso la macchina.
Come al solito sembrava che al venerdì ci fosse più traffico del
solito, le auto procedevano lente in fila indiana ed un volta salito in
macchina mi trovai costretto a fare una manovra piuttosto brusca per
uscire dal parcheggio e conquistarmi un posto nella fila.
Era estate, la solita afosa e soffocante estate Milanese, abbassai il
finestrino ed allentai il nodo della cravatta mentre guadagnavo ogni
centimetro di asfalto con fatica e dal fondo della strada la linea
bianca dello stop mi sembrava irraggiungibile quanto un miraggio nel
deserto. Chiuso dentro la mia gabbia di vetro e ferro passavo il tempo
contandomi le gocce di sudore che mi cadevano dalla fronte fingendo di
non accorgermi di un forte giramento alla testa che già mi faceva star
male da qualche minuto. Accesi un'altra sigaretta e la strinsi forte fra
le labbra guardando la strada ed aspettando sempre meno pazientemente
che le auto che mi precedevano oltrepassassero il crocevia.
Passarono ancora alcuni lunghi minuti poi l'auto davanti a me riuscì a
passare, avevo finalmente raggiunto il miraggio, mi avvicinai alla linea
bianca ma il mio malessere continuava a peggiorare ed io seguitavo a far
finta di niente, proprio come avevo sempre fatto nella vita. Per tutta
una vita ho sofferto, ho pianto ma sempre in silenzio, sempre con dignità
evitando di pensarci troppo immergendomi sempre più nella materialità,
nel lavoro. Eppure in fin dei conti sapevo che sarebbe arrivato il
giorno in cui non avrei più potuto fingere, in cui forse per la prima
volta sarei stato costretto con le spalle al muro ad ammettere la verità,
avvertii una forte fitta proprio lì, nel centro di tutte le mie
sofferenze: il cuore, poi subito dopo un'altra più forte. La sigaretta
mi cadde dalle labbra, sentivo il cuore contrarsi, battere
irregolarmente, poi più nulla. Ad un tratto non sentii più nulla, né
dolore, né noia, né paura, né stanchezza, niente.
Tutti i dolori sofferti, sia fisici che morali, sparirono in un'istante,
ed una volta riaperti gli occhi tutto mi appariva diverso e più bello.
La gente aveva volti nuovi e più sorridenti, il traffico aveva il suo
aspetto buffo e sembrava un circo di luci e colori, la mia auto sembrava
una piccola sfera di cristallo ed il mio corpo inerte afflosciato sul
volante aveva qualcosa di stramaledettamente affascinante ed in perfetta
simbiosi con tutto ciò che lo circondava. In quell'istante capii che
tutto aveva un'origine comune, che io e tutto quello che mi circondava
facevamo parte di un'unica cosa che proseguiva aldilà del tutto stesso.
Il quel preciso istante tutto mi apparve chiarissimo e mi sembrava
persino strano il fatto di non averlo capito prima quando ero ancora in
vita e potevo farci qualcosa. Ma ora ero morto ed osservavo un pò
stupito quello che per gli altri era ancora la vita. Le cose che mi
giravano intorno erano ormai senza più segreti ma nello stesso tempo
erano per me completamente distanti. Adesso non potevo più interagire
con il mondo normale, quello che ti prende e ti inchioda ad una
scrivania per tutta la vita, ti ruba gli anni migliori e ti porta via le
persone che ami.
Ma ora tutto questo non mi serve più, ho capito tutto, ho capito perché
ho dovuto vivere proprio in questo modo e non in un'altro, ora l'ho
capito ed ho ripercorso tutta una vita in un solo istante, errore per
errore, ma ora non serve più e me ne sto qui a guardarmi bocconi sul
volante, completamente indifferente del fatto che quel corpo, che poi
sono io, se ne stia lì senza vita. Troppi e troppo complicati sono i
pensieri che affollano la mia mente in questo momento, e poi non ho più
la nozione del tempo, né riuscirò mai a descrivere con parole terrene
le sensazioni che questa mia nuova condizione di defunto mi danno.
Ma ecco che mentre mi godo quello che si potrebbe definire "la pace
dei sensi", dalle auto in coda si alzano implacabili i primi colpi
di clacson. L'uomo seduto nell'auto immediatamente dietro la mia é il
più incazzato di tutti, riesco a leggere nella sua mente ogni
sensazione: frustrazione, ansia, depressione, istinto omicida. Riesco
anche a prevedere qualche istante prima che avvenga il gesto nervoso
della mano che abbassa il finestrino, poi la testa che si sporge fuori,
il pugno che si alza, che viene roteato in aria con gesti minacciosi, ed
infine il corpo che viene scaraventato fuori dall'auto.
Purtroppo per lui, dalla mia auto non può giungere risposta, peccato
perché adesso avrei le cose giuste da dirgli. L'uomo si fà avanti
minaccioso, é grosso come un toro, a vederlo viene da domandarsi come
faceva a stare seduto nell'utilitaria da cui era uscito.
Si fece avanti a grandi passi, la testa bassa e gli occhi iniettati di
sangue, ma poi alla vista del mio corpo inerme ebbe un attimo di
esitazione, lessi nella sua mente le stesse sensazioni di prima con
l'aggiunta di un forte senso di colpa, aprii con foga lo sportello ed
iniziò a scuotermi la spalla gridando: "Ehi, ehi, si sente
bene?!"
"Beh, non direi, non vedi che sono morto?", ma lui ovviamente
non poteva sentirmi.
Subito arrivarono altre persone "Ma si può sapere che cazzo sta
succedendo?" disse uno di loro.
"E' morto, é morto non respira più" rispose il toro ormai in
preda al panico
"E proprio qui doveva morire, avanti mi dia una mano, bisogna
spostare l'auto"
"Ma non sarebbe meglio chiamare un'ambulanza, chessò il 113"
rispose il toro sbigottito
"Eh già, qua se chiamiamo anche l'autoambulanza facciamo notte, io
devo andare a lavorare, avanti mi aiuti, spingiamo la macchina sul
marciapiede, poi qualcuno penserà a chiamare l'autoambulanza"
disse l'altro senza scrupoli.
Detto fatto, l'auto con il mio corpo dentro venne spostata, il lungo
serpentone d'acciaio riprese a muoversi e tutto era tornato come prima
salvo per il solito gruppo di curiosi che si affollava sul marciapiede.
Una signora di buon cuore, realmente scioccata da quanto accaduto avvisò
il 113.
Ma la cosa più stupefacente era quella che in mezzo a tutto quel caos
fra i curiosi che si scambiavano frasi del tipo: "Poveretto, che
brutta fine" oppure "Chissà come piangeranno i suoi
parenti", c'ero anch'io a godermi indisturbato lo strano spettacolo
della mia dipartita.
"Una morte davvero spettacolare, complimenti!" disse un
signore dal volto cordiale tutto vestito di bianco che si era fermato
accanto a me.
"Ma come?, lei mi può vedere" domandai realmente sbigottito
"Certamente, sono qui apposta per lei, sono il suo angelo custode,
sono venuto per accompagnarla"
"Accompagnarmi dove?"
"In un posto dove non ci sono incroci, dove le persone cattive non
ci possono andare, dove non esiste il male, la sofferenza e dove anche
la morte stessa non esiste più"
"Si, va bene... ma le sigarette ci sono? - domandai al mio angelo
custode che mi stava accompagnando oltre i cancelli del Paradiso - Perché
sa, le ho dimenticate sul cruscotto!"
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