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UN
BLUES DELLA HOLIDAY
Dopo
tutti questi anni di convivenza non mi sono ancora abituato ad avere
Daniela che mi dorme accanto. Ogni volta che mi accendo una sigaretta
nel tentativo di vincere l'insonnia la guardo dormire raggomitolata
accanto a me e penso alla prima volta che l'ho vista. Ci eravamo
conosciuti in un locale, io ero in compagnia di un amico, lei era sul
palco a cantare con il suo complesso dei blues della Holiday.
Era bella, bellissima, ed io ne ero già innamorato. Dopo pochi minuti
che era salita sul palco la mia mente malata di maschio italiano se la
stava già immaginando in tutte le posizioni del Kamasutra. Dopo le
primissime strofe ero già ipnotizzato dalla sua voce, rapito dai suoi
gesti, intrappolato nel suo corpo flessuoso che si muoveva lentamente in
un amplesso simulato con l'asta del microfono. Non volevo perdermi
nemmeno uno dei mille movimenti dei suoi lunghi capelli biondi che si
agitavano seguendo il ritmo della musica e lasciandomi completamente
stordito.
Sognavo di baciarla, desideravo possederla e non mi stancavo mai di
osservare le sue mani. Con la destra stringeva il microfono come se
stesse stesse masturbando un pene eretto, con la sinistra si accarezzava
maliziosamente l'interno delle cosce. Immaginavo le sue mani sul mio
corpo e ascoltavo la sua voce vellutata e sensuale che senza soluzione
di continuità, continuava a sussurrare, urlare, miagolare all'interno
del pene-microfono. Era in orgasmo e sul finale gli strusciamenti del
pube contro l'asta del microfono e gli sfregamenti della coscia erano
diventati sempre più animaleschi. Sempre più carichi di significati
erotici. La mimica aveva perso il ritmo della musica ed aveva assunto
quello dell'amplesso selvaggio. Io ero perso, eccitato. Avevo superato
di parecchio le fantasie del Kamasutra saltando direttamente alle varie
deviazioni sadomasochistiche. Sudavo.
Poi la prima parte del concerto terminò. Lei raggiunse l'orgasmo ed
annunciò una piccola pausa. La vidi scendere dal palco e avvicinarsi al
bancone del bar ed il il mio animo di innato "Latin Lover" mi
impose di seguirla, di raggiungerla, di possederla. Abbandonai il mio
amico e mi avvicinai alla donna che già sentivo di amare e per la quale
avrei donato anche un rene. "Ciao, volevo farti i complimenti, sei
bravissima", le dissi tendendole la mano.
Lei mi ringraziò senza dimostrare troppo entusiasmo. Eppure ricordo
ancora oggi, quel brivido lungo la schiena che mi venne quando ci
toccammo. Fu il classico colpo di fulmine. "Mi veniva la pelle
d'oca ad ascoltarti, sei eccezionale, posso offrirti qualcosa da
bere?" continuai.
"Sto già bevendo, grazie comunque"
In effetti teneva in mano una bottiglia di birra, mi resi conto che in
poco più di dieci parole avevo già detto una cazzata. Ordinai una
birretta per farle compagnia.
"Canto anch'io sai?"
I suoi occhi sembrarono illuminarsi, ero riuscito a catturare il suo
interesse.
"In effetti mi sembrava di averti già visto, con chi suoni?"
"Suono con i Bluespower"
"Ah si, avete suonato la settimana scorsa al Knight, siete in
gamba… anche tu canti con molta grinta"
Avevamo rotto il ghiaccio, la conversazione era iniziata e procedeva
bene innaffiata da complimenti reciproci e frasi del tipo: "Ah, ma
allora tu conosci questo, conosci quello ecc.. ecc.."
Poi lei si avviò verso il palco per continuare il concerto. Avvenne
nuovamente il miracolo. La trasformazione da gatta sorniona ed annoiata
a pantera maialona. Rieccola prendere in mano il microfono e cantare
ancora con più grinta per un'altra ora di ottima musica e arrapanti
strusciamenti. Alla fine fu lei ad avvicinarsi al mio tavolo. Mi venne
incontro sorridente con il suo passo alla moviola, bella e austera al
centro della scena. Tutto intorno solo immagini sfuocate. Continuammo la
serata seduti davanti alle nostre birre a parlare fitto fitto scoprendo
di avere un sacco di cose in comune. Parlammo per ore raccontandoci le
nostre storie, descrivendo tutti i nostri patetici amori, tutti i
tramonti che ci avevano fatto piangere, i film che ci erano piaciuti.
Parlammo a lungo dei nostri genitori, dei nostri amici. E proprio quando
mi resi conto che mi stavo innamorando di lei e che dovevo trovare un
modo per invitarla a casa mia, ecco che lei mi stupisce domandandomi se
volevo andare da lei a bere l'ultimo bicchiere.
E ancora ricordo tutti i dubbi che avevo durante il tragitto. E la paura
di avere i calzini bucati o le mutande sporche. Ero talmente immerso in
questi pensieri che fu lei a dirmi di svoltare e parchegggiare l'auto.
Le gambe mi tremavano mentre frugava nella borsa alla ricerca delle
chiavi, mentre mi faceva strada attraverso il cortile buio che odorava
di disinfettante e pattumiera. E poi la casa, una di quelle vecchie case
di ringhiera con le piastrelle del Paleolitico, i muri scrostati, le
scale strette dai gradini consunti che sanno di piscio. Tutto mi è
chiaro nella memoria come se fosse successo ieri, salimmo le due rampe
di scale, poi Daniela si fermò davanti alla porta, la aprì e mi fece
cenno di seguirla. Entrai nel suo appartamento con la stessa emozione
con cui gli archeologi profanarono la tomba di Tutan Kamen. Ad
accogliermi c'era un poster di Che Guevara che appeso alla parete mi
guardava incazzatissimo come se l'appartamento fosse il suo.
Daniela mi fece cenno di aspettarla in salotto, crollai sul divano,
erano quasi le quattro ed ero stravolto e abbastanza brillo. Per
accorciare il tempo che mi divideva da lei iniziai a guardarmi intorno
cercando nella stanza tutti quei piccoli particolari apparentemente
senza importanza che servono a capire le persone che la abitano. Ma era
difficile scoprire qualcosa che già non sapessi in quel piccolo
monolocale dove tutto parlava di lei, a partire da un malinconico e
calibrato disordine. Dall'arredamento fatto di pochi mobili messi
insieme senza nessun abbinamento particolare. Alle pareti piene di
poster in bianco e nero raffiguranti i più noti Jazzisti alle prese con
i loro strumenti. Louis Armstrong, John Coltrain, Miles Davis, Duke
Ellington mi guardano un pò da tutti gli angoli. Le loro facce nere in
quei poster in bianco e nero mi fanno sentire a mio agio, sempre meglio
della faccia da culo del Guevara che mi guardava incazzato.
Tutta la stanza era impermeata di lei, del suo modo scazzato di vivere,
il divano, i poster, i libri, tutto parlava di lei. Fra quelle mura
Daniela viveva, amava, sognava, si incazzava. Era li la sua vita, fra
quelle mura, fra quei scaffali polverosi, fra la sua collezione di
dischi. Chissà quante volte li aveva ascoltati, chissà quante volte
aveva fatto l'amore con uno di loro come sottofondo.
Mentre guardavo con invidia tutti quei dischi eccola entrare nella
stanza più bella e raggiante che mai e sopratutto con due bei
bicchieroni colmi di Whisky in mano. Era piacevolmente brilla ed ancora
più simpatica e disinibita, tanto che con la solita banale scusa del
caldo, si era slacciata i primi tre bottoni della camicetta in modo che
si intravedesse l'attaccatura dei seni.
"Scegli un disco, metti un pò di musica" disse abbandonandosi
pesantemente sul divano, bicchiere alla mano.
"Metto questo di John Coltrain, c'é India la mia canzone
preferita"
"Oh si, adoro Coltrain lo trovo così ipnotico e sensuale, pensa
che quando sono un pò brilla e ascolto quella canzone mi sembra di
vedere tutti i colori e i suoni dell'India, metti il disco e siediti
qui, vicino a me"
No, non era brilla, era ubriaca fradicia, si era già sgarrupata tutto
il bicchierozzo di Whisky e mi guardava dal divano. Impaziente. Tutto il
suo corpo sembrava chiamarmi, ogni suo sguardo era un chiaro invito a
possederla.
Posai il disco sul piatto e per qualche secondo rimasi immobile davanti
allo stereo ad ascoltare nota per nota l'atmosfera erotica della stanza.
Daniela mi aspettava sul divano, anche lei inebriata dalla musica,
dall'alcool e sopratutto dall'amore.
"Allora cosa pensi?" mi fa lei piantandomi addosso quei suoi
occhioni azzurri non appena mi sedetti accanto a lei.
"Ma... sai... io... bhe... non so... non saprei..."
balbettavo. Il suo sguardo ed il suo sorriso mi imbarazzavano. Mi
sentivo nudo e senza difese. Oltretutto mi guardava come se sapesse
tutto di me, come se stesse leggendo dentro la mia anima. Non sapevo più
che pesci prendere.
"Vuoi dirmi che uno come te non sa cosa dire a una donna in momenti
come questi? Chissà quante donne avrai avuto nella vita?"
"Ah si, tantissime, pensa che l'altra sera una ha bussato alla
porta di casa mia tutta la notte."
"Veramente e tu?" mi chiese lei stupita.
"Io niente, non l'ho lasciata uscire!"
"Che stupido che sei, ci ero quasi cascata", rideva, si era
divertita, le donne si ammazzavano sempre dal ridere quando raccontavo
le mie storielle. Ero proprio un playboy. Quella volta però, il mio
fascino colpì più del solito, oltre a ridere Daniela avvicinò il suo
bel visino al mio faccione e mi baciò. Aveva capito che se non avesse
preso lei l'iniziativa sarei andato avanti a sparare cazzate tutta la
notte.
E fu così che dal semplice gesto delle nostre labbra che si
incontravano ebbe inizio la nostra storia, la nostra "ascesa in
Paradiso". Ci baciammo senza mai staccare le labbra e senza mai
respirare per quarantacinqueminutidiorologio. Le nostre anime si
innalzarono verso il paradiso, sospinte dallo stesso vento di passione
provato da Dante e Beatrice, Piero e Francesca, Giulietta e Romeo,
Cicciolina e John Holmes. Presi da una sempre più vorace e forse
frettolosa passione iniziammo a spogliarci. I vestiti volavano per tutta
la stanza descrivendo ampie parabole nell'aria densa di erotismo. La
baciai in ogni angolo sentendomi libero di amarla senza timori né
limiti.
Ma si sà, purtroppo fra la realtà e il sogno c'é un grosso limite.
Noi ne trovammo uno, e anche piuttosto duro, quando cademmo sul
pavimento nel tentativo di tradurre in realtà le fantasie erotiche del
Kamasutra.
"Forse é meglio che andiamo in camera" mi dice lei contandosi
le costole.
In camera era meglio, c'era un bel lettone comodo e la luce dei lampioni
mal filtrata dalla tapparella metteva nella giusta tonalità lo spendido
corpo di Daniela. Le sue belle forme, il suo corpo sudato, erano pronti
per essere amati ancora. Il suo visetto angelico e perverso nello stesso
tempo erano un chiaro invito a ricominciare senza troppi complimenti
un'altro giro di mambo orizzontale.
Tuttavia anche se ero eccitato come un coguaro mi sentivo un pò inibito
da un'altro enorme poster di Che Guevara che mi guardava da sopra la
testiera del letto. Non sono particolarmente timido, ma ciulare con i
suoi occhi iniettati di sangue puntati contro mi sembrava un pò
difficile anche se l'invitante corpo di Daniela, nudo e voglioso sotto
di me mi tolse ben presto da ogni imbarazzo.
La baciai e ci baciammo, in ogni parte del corpo, in ogni centimetro di
pelle, il Che continuava a guardarmi, ma forse la sua era solo invidia.
Ormai avevo deciso che avrei continuato ad amarla per tutta la notte,
alla faccia sua e della rivoluzione Cubana.
Fu così che non mi fermai, la amai tutta la notte e anche i giorni
successivi. In breve trascocai a casa sua, i giorni divennero settimane.
Le settimane divennero mesi. I mesi divennero anni. E' passato veramente
un sacco di tempo ma ancora non riesco ad abituarmi a due cose; il corpo
di Daniela che mi dorme accanto e quello stronzo del Che che continua a
guardarmi come se la casa fosse sua.
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