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Ma come si fa a fare il vuoto Buddhista?

 

– Ommm, Ommm, Ommm, Ommm, Ommm, Ommm. Ho voglia di una birra. Ommm, Ommm, Ommm, Ommm, Ommm. Una bella birra ghiacciata. Ommm, NOmmm. Quanto manca alla fine? Stasera devo anche vedere Claudia, non posso  fare  tardi. Ommm, Ommm, Ommm. Certo che il tempo non passa mai. Ommm. Che palle. Ommm, una bella birra ghiacciata, ecco cosa ci vorrebbe. Cacchio no, mi sono distratto, non devo pensare. Ommm. Forse dovrei  comprarle   dei  fiori.  Ommm, Ommm. Ma come si fa a fare ’sto vuoto buddhista, a non pensare a niente? Ommm, Ommm. Io ci provo però cazzo  è difficilissimo.  Ommm, Ommm. Ma questi qui possibile che non  stanno pensando a nulla? Ommm,  Ommm, Ommmno, non è possibile che non pensino a nulla, come fai a non pensare a nulla? Già solo il fatto che ti metti a pensare che non devi pensare vuol dire che stai pensando. Ommm, Ommm, Ommm. Ma quanto dobbiamo andare avanti ancora? Ommm, Ommm.

Il triplice suono della campana annuncia il termine della litania, eppure quando apro gli occhi sembro l’unico a tirare un sospiro di sollievo e a tornare nel mondo reale con soddisfazione. Gli altri meditatori sembrano ancora assorti dalla lunga maratona di recitazione di Ommm”, il cui significato ancora mi sfugge.

Mi son trovato seduto qui quasi per caso, su consiglio del mio bassista, un tipo molto new age, esperto di robe orientali e rimedi naturali. Lo stesso che, nel corso degli ultimi due anni, mi ha consigliato nell’ordine: il corso di yoga, quello di massaggio ayurvedico, meditazione trascendentale, reiki, training autogeno, riflessologia plantare. Se non ci sto attento finisce che cado come lui nella spirale delle discipline orientali, che son come le ciliegie. Una tira l’altra. Alla fine, a dar retta a lui, son due anni che il mio tempo libero è scandito da queste pratiche in un tentativo disperato di ridurre lo stress e il disagio di vivere che mi portano sempre in questi posti assurdi, in mezzo a persone assurde, a compiere gesti senza senso. E pensare che prendevo in giro mia nonna, quando organizzava le serate di rosario con le amiche che riempivano il soggiorno con i loro vestiti a lutto per un marito morto durante la Seconda guerra mondiale. Me le ricordo molto bene quelle serate, se per disgrazia ti dimenticavi che era il giorno del rosarione e le arrivavi a tiro, la nonna te ne metteva subito in mano uno di quelli fosforescenti, che fanno anche un po impressione quando si illuminano nel buio, e ti piazzava nel primo posto vuoto fra le vecchiette. Ed erano guai se, anche solo per un istante, smettevi di mormorare le preghiere perché immediatamente la nonna ti piantava addosso ai suoi occhi grigi e ti guardava come per dire: Non è a me che stai facendo torto ma al Signore direttamente, rimettiti  subito a pregare prima che il Padreterno ci fulmini tutti quanti seduta stante!”.

E allora, per evitare la folgorazione, non mi restava altro che continuare a mormorare a ritmo con le altre vecchie quelle parole per me incomprensibili e, dopo un po rimanevo ipnotizzato dalle litanie ma anche dall’odore di candele e borotalco che emanavano mia nonna e le sue amiche.

A queste serate buddhiste manca persino questo fascino. Gli odori che si respirano nelle stanze o nei sottoscala riadattati a palestre sono un misto di profumi orientali, incenso e dopobarba da poco prezzo. Per recitare il rosarione buddhista ci sediamo in questa palestra spoglia, che di giorno viene utilizzata per la danza o lo yoga e la sera diventa un grande cerchio di gente seduta per terra a recitare frasi senza significato. Arrivato ormai al quarto incontro mi sono  convinto che se anziché recitare Ommm continuassimo a ripetere: A me piace molto il prosciutto cotto, a me piace molto il prosciutto cotto, a me piace molto il prosciutto cotto sarebbe la stessa cosa.

Intorno  a me, coinvolte nell’improbabile  cerchio oltre a Marco, il bassista new age, ci sono casalinghe cicciottelle e manager frustrati, un paio di pensionati che la sera non possono andare a seguire i lavori per la costruzione della nuova linea della metropolitana e il nostro cosiddetto maestro.

Il nostro maestro, che all’anagrafe deve essere registrato con qualcosa di non meno originale di Mario Rossi, si fa chiamare Shukaze che in giapponese mi pare significhi Vento del deserto. Shukaze o Shu come alla fine lo chiamano tutti, è l’uomo più piccolo e patetico che abbia mai conosciuto. È magrissimo, con gli occhi tristi e assolutamente assorbito dalla sua parte di guida spirituale  della piccola comunità. Al termine della recitazione del Ommm suona la campana tre volte, attende che tutti riaprano gli occhi e poi posa il suo sguardo infelice e benevolo su tutti. A Shu piace guardarci per qualche minuto, come se nei nostri volti scorgesse chissà quali mutamenti o chissà quale nuova saggezza maturata nei tre quarti d’ora di litania, prima di iniziare un veloce giro di impressioni fra i partecipanti al cerchio.

Di solito è sempre una delle casalinghe a partire per prima e a raccontare le sue sensazioni. Ogni volta è un caleidoscopio di sensazioni  impossibili,  visioni,  emozioni indecifrabili. Se un estraneo entrasse nella stanza in quel momento penserebbe che sta descrivendo un suo viaggio in India strafatta di ecstasy e non tre quarti d’ora di rosario giapponese.

Il secondo di solito è il manager frustrato. Cravatta allentata, pochi capelli mal pettinati e una sola convinzione:  Il buddhismo ha cambiato la mia vita, prima ero solo un manager frustrato, ora sono un uomo libero, ho la mente serena.

Strano, perché dal suo aspetto traspare tutto meno che la serenità. Ha l’aria di un uomo che ha sbagliato tubetto e anziché tentare il suicidio con i sonniferi ha ingurgitato cinquanta pasticche di lassativi.

Ma al nostro infelice maestro non importa, lui ci guarda tutti con   forzata simpatia,  le  mani  giunte  davanti  al  petto  e un’espressione che, nella sua testa, dovrebbe essere di profondo interesse.

Poi è il turno di Marco che, non si sa come, riesce sempre a fare dei paralleli fra suonare il basso e meditare, in effetti, le sue sono le parole che suonano meno strane nello stanzone.

Io cerco sempre di parlare per ultimo e attendo nervoso il mio  turno sperando che si dimentichino di me. Ovviamente questo non accade mai e ogni volta penso che sia arrivato il momento di dirgli che per tutto il tempo la mia mente ha saltato da un parte all’altra come una scimmia impazzita e la cosa più sana a cui ho pensato è stata una birra gelata. Ma alla fine invento sempre una qualche orribile cazzata su quanto la mia anima sia guarita dalle sue ferite nei tre quarti d’ora appena trascorsi perché mi sembra di commettere un terribile crimine nel dire quello che penso veramente a questa gente che ci crede e sembra sempre tanto convinta. A volte, come questa sera, tento una via più diplomatica, una cosiddetta bugia bianca che non fa male a nessuno e butto un imbarazzato: Ma… io… faccio sempre un po fatica a tenere la mente libera dai pensieri… dico con gli occhi bassi, e mi accorgo che, in questo preciso momento, il disagio  ha generato un altro  desiderio impellente: quello di una bella sigaretta.

Non ti preoccupare Giuliano… è una cosa che arriverà da sola, con calma mi tranquillizza il maestro.

Sì, non ti preoccupare,  succedeva anche a me poi, dopo qualche mese è accaduto che i pensieri se ne sono andati da soli mi tranquillizza il manager frustrato.

L’importante è recitare il Ommm ogni giorno, la mattina appena svegli e la sera prima di andare a dormire e vedrai che tutto funzionerà e che nella tua vita accadranno piccoli e grandi cambiamenti a seconda dei tuoi desideri – aggiunge Shu con uno dei più malinconici e benevoli sguardi che la mia mente abbia mai registrato in tutta la sua vita.

Mi verrebbe da dire che non è proprio così semplice.  Per quel poco che ne so io di buddhismo, già il solo fatto di utilizzare questa pratica con il preciso scopo di far succedere qualcosa di materiale non è il massimo.

A ogni buon conto non obietto e non dico nulla, mi maledico soltanto per aver versato in anticipo la quota dei tre mesi di corso, ascolto tutti cercando di mascherare il più possibile il mio disagio e, appena possibile, saluto tutti e mi precipito in strada.

Naturalmente a Marco, il bassista new age, riservo sempre un trattamento di favore e quando mi chiede: Allora amico che te ne sembra? Io sto da Dio mi sento in pace con il mondo! non posso fare a meno di guardarlo con aria di compatimento e dirgli: Mavaffanculo! E subito dopo mi accendo una sigaretta ed entro in un bar, ordino una birra gelata e, sorseggiandola, per alcuni attimi mi sento finalmente sereno. Sereno come un Buddha.

 

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